La cultura non è mai sbagliata. È solo cultura.
Ho visto molte aziende arrendersi.
Non parlo di business. Parlo di cultura.
Aziende in cui si accettano cose oggettivamente sbagliate. Situazioni paradossali dove tutti sanno che così non si fa — e nonostante questo, si fa lo stesso. Una forza a cui nessuno riesce a dire basta.
Il mio esperimento preferito per spiegarlo è la fila per qualcosa che non esiste.
Alcuni attori creano una piccola coda davanti a un divisore con un cordoncino — avete presente quello che si usa a teatro prima dell'apertura? Nel giro di pochi minuti si forma una fila sempre più lunga di persone che non hanno la minima idea di cosa stiano aspettando. Non lo sanno perché non esiste. Ma si fermano lo stesso. Perché si sono fermati gli altri.
Siamo così. Anche al lavoro.
Passiamo otto ore tra riunioni e call che tutti trovano inutili. Nessuno che alza la mano e dice: ma voi lo trovate produttivo questo modo di lavorare? Non lo facciamo perché se lo fanno tutti, diventa normale. Se è normale, diventa regola. Se è regola, diventa cultura.
E la cultura non è mai sbagliata. È solo cultura.
Il problema non è che le persone siano passive o cieche. Il problema è che i sistemi sociali funzionano così: tra il bene e il male vince quello che fanno tutti. Non per cattiveria — per gravità. È la forza più potente nelle organizzazioni, e la meno presidiata.
Allora la domanda non è come convincere le persone a cambiare. È come creare le condizioni perché qualcuno possa dire quello che tutti pensano, senza dover essere un eroe per farlo.
Perché gli eroi nelle organizzazioni durano poco. I rituali durano.
Questo blog nasce per esplorare quella domanda. Con tre voci diverse — cultura, narrazione, forma — perché il modo in cui un'organizzazione funziona non si capisce da un'angolazione sola.
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